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La produzione industriale si confronta con il mito artigianale

di Marco Romanelli.  Ogni epoca produce miti e di essa si nutre. Fino a consumarli. Se intorno al 1968 qualcuno si fosse azzardato a rimpiangere la poetica imperfezione di un oggetto artigianale, la matericità pesante di una ceramica in grès, la leggerezza unica di un vetro soffiato, l’organicità di un cesto intrecciato in paglia lacustre, l’intellettuale di turno, stupefatto, sarebbe inorridito, obbiettando che il destino delle cose è quello di essere prodotte in serie industriale: migliaia di pezzi uguali a sé stessi, pronti a rotolare sul mondo.

Quarant’anni dopo, ossia oggi, la frittata è stata capovolta: parlare di produzione di serie, di industria, della democrazia di un oggetto “sempre identico a se stesso” equivale a bestemmiare. Improvvisamente le cose devono tutte essere tutte fatte a mano o almeno finite a mano o almeno imballate a mano o almeno, o almeno… Come se la creatività progettuale umana non potesse più essere valutata in base al risultato estetico-funzionale, ma solo riguardo al processo produttivo. Ma voi andreste mai sulla Luna con un missile fatto a mano? Insomma, credo sia giunto il momento di fare la tara riguardo a questo recente stereotipo culturale, valutandone i motivi della nascita, i pro e i contro.

Se il recente ostracismo culturale nei confronti dell’industria sorge senz’altro come deriva di pur condivisibili valori ecologici e di difesa dell’ambiente, tuttavia esso ha finito per creare ben più gravi compromessi ideologici. Una produzione industriale controllata in base alle normative esistenti è, nel nostro mondo occidentale, sicuramente più “sana” (e meno inquinante) di una difficilmente controllabile produzione artigianale. Inoltre, la prima, a differenza della seconda, si sposa con i principi generatori della teoria del design ovvero quell’“oggetto per tutti” che, per una funzione chiaramente definita, proponeva una risposta estetica pregnante. A monte della strategia produttiva si poneva, dunque, un valore politico di eguaglianza delle opportunità.

Dall’altro lato la recente indistinta glorificazione dell’artigianato sorvola su molte questioni, dall’igiene del posto di lavoro, alla tossicità delle procedure esecutive, dalla finta creatività del processo, all’aumento esponenziale dei costi.

A questo punto è fondamentale porre la distinzione tra artigianato artistico, in cui l’esecutore conserva realmente il controllo di tutto il processo, dando infine luogo a un oggetto denso di valore e di umanità, e l’“artigianato” oggi più diffuso ove la ripetizione dei gesti è assimilabile a quella che si verifica alla catena di montaggio e il risultato finale è semplicemente “impreciso”.

In sostanza non credo che, nel confronto artigianato-industria, ove a turno il primo o la seconda sono stati demonizzati o santificati, possa esistere una posizione univoca. Sarebbe più corretto ipotizzare un panorama produttivo che contempli contemporaneamente oggetti realmente artigianali e oggetti decisamente industriali capaci di trovare un sensato rapporto reciproco. Un rapporto che potrebbe assumere le categorie semantiche della “eccezionalità” e dello “sfondo” ove l’eccezionalità possa essere gestita dall’artigianato artistico dando luogo a pezzi-opera che allietino i nostri occhi, mentre lo sfondo possa essere gestito da una industria corretta che produca pezzi semplici e silenziosi, destinati a durare nel tempo nonostante una quotidianità d’uso.

Per non citare le situazioni intermedie, ovvero la realtà e l’intimo segreto del Made in Italy, in cui un prodotto nasce attraverso un procedimento industriale per poi venire “finito” attraverso tecniche artigianali.

Senz’altro da censurare sono viceversa le soluzioni fasulle generate da un’industria che finge dettagli da artigianato artistico e da un artigianato che, in nome di una presunta artisticità, giustifica tutto e il contrario di tutto. Con l’unico risultato di incrementare la pletora di prodotti sul mercato, confondendo le carte rispetto al reale valore (e quindi al prezzo) dei singoli oggetti.

Per raggiungere una soluzione di equilibrio tra artigianato e industria, credo manchi oggi un parametro di base, che è realmente una conditio sine qua non, vale a dire la cultura dell’utente. Quanti sono ancora in grado di distinguere un vetro soffiato da uno stampato? Quanti sanno valutare la sottigliezza, e quindi il valore, di una porcellana da una qualsiasi terraglia? Come sempre alla fine è la correttezza dell’informazione da un lato e l’educazione dell’individuo, dall’altro, a fare la differenza. Solo una nuova consapevolezza estetica può portarci a distinguere un originale da una copia, a dare il giusto valore alle cose, a riconoscere la pregnanza di oggetti disegnati anni or sono, ma che ancora rispondono alle nostre esigenze funzionali e psicologiche, non necessitando quindi di essere sostituiti.

In sostanza ogni oggetto prodotto dall’uomo, sia esso industriale o artigianale, racconta una storia ed è la sincerità di quella storia che dobbiamo essere in grado di giudicare, senza pregiudizi.