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Le riedizioni ovvero della necessità di un codice deontologico

di Marco Romanelli. Rieditare è un verbo che difficilmente si declina al futuro. E infatti, negli anni del boom economico e sociale, il design italiano non pensava certo a “rieditare”, piuttosto a “progettare”. È stata la grande crisi, che ormai ci accompagna da un decennio, a portarci verso una sindrome da ripiegamento nostalgico per cui si vanno a cercare, in un passato mitizzato, oggetti iconici capaci di consolarci. Il mercato delle riedizioni ha, di conseguenza, assunto una portata inimmaginabile, ma, al di là delle apparenze, le riedizioni (o meglio le “ri-produzioni”) non sono né mute né tutte uguali: accanto a oggetti che, già ai tempi, furono realizzati in piccola serie o comunque approvati dall’autore a livello di prototipo vengono oggi rimessi in produzione industriale pezzi nati per un’esecuzione strettamente artigianale e persino pezzi dedotti da schizzi o disegni che non avevano portato a nessuna concretizzazione e quindi non avevano vissuto quella fase fondamentale di verifica (e di modifica!) che tutti i progettisti conoscono e che appunto avviene nel passaggio dal disegno al modello e da questo al prototipo. Potremmo, quindi, azzardare l’ipotesi che il fenomeno delle riedizioni necessiti oggi di un vero e proprio codice deontologico atto ad arginare il diffondersi di una mentalità che interpreta il passato come un illimitato e incontrollabile serbatoio di modelli formali.

Iniziamo, però, analizzando quelli che sono gli elementi positivi: la riedizione chiede necessariamente un approfondito studio storico, caratterizzato da precise incursioni negli archivi, dalla raccolta dei modelli originali, dalla analisi della pubblicistica dell’epoca. Ecco, dunque, che la conoscenza della nostra storia progettuale ha fatto, negli ultimi anni, veri e propri passi da gigante. Personaggi fondamentali del design italiano, ingiustamente sotto-stimati, come Gino Sarfatti, Gianfranco Frattini, Roberto Menghi, Paolo Tilche, Osvaldo Borsani, sono tornati con forza alla ribalta. E giganti mai dimenticati, quali Gio Ponti e Joe Colombo, hanno visto la loro opera vivisezionata nel più intimo dettaglio. Sono state allestite mostre importanti con le relative monografie, permettendo così di riportare in luce il panorama progettuale ricco e articolato che ha caratterizzato l’Italia dal secondo dopoguerra a tutti gli anni ‘70. Gli archivi sono tornati a essere luoghi ambiti e vitali dove manager e direttori marketing hanno cominciato un percorso di acculturamento e, contemporaneamente, hanno portato risorse finanziarie imprescindibili per la conservazione stessa del patrimonio documentale.

Ciò constatato, bisogna, tuttavia, ammettere che il fenomeno riedizioni comporta anche aspetti meno positivi. Al primo tra essi abbiamo già accennato in partenza e riguarda la speranza: progettare significa, infatti, “credere nel futuro”, mentre la riedizione, per default, toglie ossigeno al progetto, in particolare alle nuove generazioni di designer. Essa rischia, inoltre, di porsi come un boomerang per le aziende propositrici: il pubblico trova nei pezzi “storici” (ripuliti e quindi esenti da quei “graffi” che il tempo inevitabilmente lascia) una rassicurazione emotiva che il nuovo non consente e, per di più, percepisce in essi una difesa del valore del suo investimento dalla attuale proposta di modelli formalmente omologati che non permettono di comprendere le intrinseche ragioni del loro diverso costo. Ecco, allora, che i compratori preferiscono scegliere delle “identità forti” (le icone del passato) procedendo secondo un sillogismo piuttosto elementare: “Se questi oggetti, disegnati 40-50-60 anni fa, sono giunti fino a noi … allora è possibile che siano ancora validi tra 40-50-60 anni”. Di conseguenza la riedizione, da fenomeno di élite supportato da un’attenta analisi storico-critica, si è improvvisamente trasformata in un fenomeno di massa, con un aumento esponenziale dei modelli riprodotti e della confusione: aziende nate negli anni ‘90 che producono pezzi degli anni ‘30 spacciandoli per proprio heritage, diritti di riproduzione comprati a caro prezzo, oggetti iconici “aggiornati” in base al desiderio delle direzioni commerciali (abbassati, ammorbiditi, ri-tappezzati con stoffe non coeve).

Insomma, una deregulation cui appare necessario porre un argine costruendo una sorta di “carta di identità” di ciascun pezzo che indichi chiaramente il nome originale e la data di progetto del pezzo stesso, il suo primo produttore, le eventuali edizioni successive, il riferimento agli eredi o ai titolari dei diritti e agli archivi dove si possano verificare i disegni originali e/o i modelli dell’epoca, oltreché una breve storia dell’oggetto e un curriculum vitae del progettista.
Nascerebbe così una nuova tendenza: quella del “design con il pedigree” o, volendo, della “tracciabilità” degli oggetti (identificare e verificare!). Una abitudine virtuosa che, dal mondo delle riedizioni, potrebbe transitare in quello delle nuove produzioni: comunque a tutela dell’originale. Perché, non dimentichiamolo, tutto ciò che oggi ci appare antico, un giorno è stato nuovo! 

 

In apertura: Sanluca limited edition, Achille & Piergiacomo Castiglioni. Poltrona Frau.